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(Omelia del 16.10.2022 – Dedicazione del Duomo di Milano)

È il giorno bello dello sguardo al nostro Duomo. Ci si domanda: perché intitolare una festa al Duomo e perché ricordare quella terza domenica di ottobre del 1577, giorno nel quale San Carlo consacrò la rinnovata cattedrale? L’interrogativo è pienamente giustificato anche in considerazione dei discorsi di Gesù che si riferiscono al tempio come luogo e come costruzione. Davanti all’imponente tempio di Erode, mentre ascoltava i commenti entusiasti dei presenti; “Uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta».”
Questa dichiarazione relativizza le pietre anche quelle di meravigliosa fattura. Gesù sembra diminuire l’importanza della struttura; ma se teniamo presente che Lui amava parlare in parabole, arriviamo a capire che ci invita a vedere nel tempio di allora ed oggi nel Duomo, un elemento, quasi un simbolo, che ti rimanda dalla realtà materiale alla consapevolezza del mondo spirituale. Alla donna samaritana che attingeva acqua al pozzo di Sichem, Gesù indicò la via della vera religiosità: sarà vissuta in spirito e verità; rese chiaro che una costruzione, la si chiami tempio o chiesa o pagoda o sinagoga, non può essere divisiva ed escludente.
È il nome stesso dato alla nostra cattedrale, appunto “il duomo”, che porta in sé un significato di calore famigliare: duomo viene da domus, che vuol dire casa, cioè luogo della vita condivisa e accolta. Casa dalla porta spalancata perché chiunque possa entrare e sentirvisi addirittura convocato; chiesa è appunto assemblea dei con-vocati dove la persona conservando tutta la sua individualità diventa al tempo stesso comunità.
Il breve vangelo di oggi scelto dalla liturgia ambrosiana presenta due immagini: la prima parla di piante e dei loro frutti, la seconda di casa solidamente costruita. La chiesa, proprio come casa o come comunità ecclesiale, è come un albero rigoglioso, ma i suoi frutti non sono sempre di matura bellezza; troppi sono stati, e ancora sono, i frutti scadenti se non scandalosi: pensiamo ai gravi problemi che il papa torna sempre a denunciare come l’attaccamento al denaro, gli abusi sulle persone, il clericalismo, la ricerca del potere. L’albero della chiesa ha bisogno di un buon innesto che solo avviene con il ramo della misericordia di Dio; allora i frutti saranno quelli citati da Paolo nella lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. La seconda rappresentazione, dopo quella dell’albero, è la casa sulla roccia. Gesù aveva cambiato il nome al pescatore Simone chiamandolo Pietro; una roccia avrebbe guidato il gruppo dei discepoli, ma si rivelò anche friabile alla luce del tradimento tre volte ripetuto. La vera pietra perfetta e forte come un diamante è solo Gesù stesso. Noi ci siamo confusi. Abbiamo pensato di nasconderci dietro la figura di una chiesa potente, ricca e forte: invece proprio questa è la prima destinata a cadere screditando agli occhi del mondo tutti i suoi figli.
Non dobbiamo dimenticare che pur nella sua brevità, il vangelo di oggi regala un’ulteriore immagine: quella del cuore e della bocca. Le parole che escono dai nostri templi sono accorate? Vengono da un cuore buono e attento? Tanti sono i documenti, gli scritti, le encicliche papali, le costituzioni del Concilio che hanno ormi sessant’anni: sono diventati vita o sono rimaste lettera morta?
Mai come nelle ore drammatiche che stiamo vivendo e quelle sconosciute ma dense di preoccupazione che ci attendono, il richiamo che ci viene dalla festa del Duomo è quello di produrre frutti degni del vangelo. Il mondo sembra entrato in un vortice dove regnano armi, violenza, vendetta e disprezzo della vita. Difendiamo i cuori dai cattivi sentimenti e uniamoli per affermare parole e gesti di pace.

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(Omelia del 16.10.2022 – Dedicazione del Duomo di Milano)

È il giorno bello dello sguardo al nostro Duomo. Ci si domanda: perché intitolare una festa al Duomo e perché ricordare quella terza domenica di ottobre del 1577, giorno nel quale San Carlo consacrò la rinnovata cattedrale? L’interrogativo è pienamente giustificato anche in considerazione dei discorsi di Gesù che si riferiscono al tempio come luogo e come costruzione. Davanti all’imponente tempio di Erode, mentre ascoltava i commenti entusiasti dei presenti; “Uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta».”
Questa dichiarazione relativizza le pietre anche quelle di meravigliosa fattura. Gesù sembra diminuire l’importanza della struttura; ma se teniamo presente che Lui amava parlare in parabole, arriviamo a capire che ci invita a vedere nel tempio di allora ed oggi nel Duomo, un elemento, quasi un simbolo, che ti rimanda dalla realtà materiale alla consapevolezza del mondo spirituale. Alla donna samaritana che attingeva acqua al pozzo di Sichem, Gesù indicò la via della vera religiosità: sarà vissuta in spirito e verità; rese chiaro che una costruzione, la si chiami tempio o chiesa o pagoda o sinagoga, non può essere divisiva ed escludente.
È il nome stesso dato alla nostra cattedrale, appunto “il duomo”, che porta in sé un significato di calore famigliare: duomo viene da domus, che vuol dire casa, cioè luogo della vita condivisa e accolta. Casa dalla porta spalancata perché chiunque possa entrare e sentirvisi addirittura convocato; chiesa è appunto assemblea dei con-vocati dove la persona conservando tutta la sua individualità diventa al tempo stesso comunità.
Il breve vangelo di oggi scelto dalla liturgia ambrosiana presenta due immagini: la prima parla di piante e dei loro frutti, la seconda di casa solidamente costruita. La chiesa, proprio come casa o come comunità ecclesiale, è come un albero rigoglioso, ma i suoi frutti non sono sempre di matura bellezza; troppi sono stati, e ancora sono, i frutti scadenti se non scandalosi: pensiamo ai gravi problemi che il papa torna sempre a denunciare come l’attaccamento al denaro, gli abusi sulle persone, il clericalismo, la ricerca del potere. L’albero della chiesa ha bisogno di un buon innesto che solo avviene con il ramo della misericordia di Dio; allora i frutti saranno quelli citati da Paolo nella lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. La seconda rappresentazione, dopo quella dell’albero, è la casa sulla roccia. Gesù aveva cambiato il nome al pescatore Simone chiamandolo Pietro; una roccia avrebbe guidato il gruppo dei discepoli, ma si rivelò anche friabile alla luce del tradimento tre volte ripetuto. La vera pietra perfetta e forte come un diamante è solo Gesù stesso. Noi ci siamo confusi. Abbiamo pensato di nasconderci dietro la figura di una chiesa potente, ricca e forte: invece proprio questa è la prima destinata a cadere screditando agli occhi del mondo tutti i suoi figli.
Non dobbiamo dimenticare che pur nella sua brevità, il vangelo di oggi regala un’ulteriore immagine: quella del cuore e della bocca. Le parole che escono dai nostri templi sono accorate? Vengono da un cuore buono e attento? Tanti sono i documenti, gli scritti, le encicliche papali, le costituzioni del Concilio che hanno ormi sessant’anni: sono diventati vita o sono rimaste lettera morta?
Mai come nelle ore drammatiche che stiamo vivendo e quelle sconosciute ma dense di preoccupazione che ci attendono, il richiamo che ci viene dalla festa del Duomo è quello di produrre frutti degni del vangelo. Il mondo sembra entrato in un vortice dove regnano armi, violenza, vendetta e disprezzo della vita. Difendiamo i cuori dai cattivi sentimenti e uniamoli per affermare parole e gesti di pace.

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