DESK E MEDIE
(Omelia del 31.03.2024 – Domenica di Pasqua)
Se ci siamo soffermati davanti al Crocifisso, sia in modo intimo e personale, sia in modo comunitario e liturgico, il giorno di Pasqua ha un sapore tutto particolare. Lo accostiamo con il cuore gonfio e stupito; la croce del Signore ci ha detto cosa vuol dire amare e donarsi. Gesù è stato coerente a tutte le parole dette, a tutte le promesse fatte, al compimento delle visioni profetiche riassunte quella volta nella sinagoga di Nazareth: “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Soprattutto il dramma della condanna finale aveva confermato quanto anticipato nelle dichiarazioni da lui fatte sulla sua imminente sofferenza, quelle che i discepoli non avevano né capito né accettato. Il modo del suo stare sulla croce ci ha donato un Gesù che spazza via tutte le sbagliate interpretazioni sulla figura messianica e sorprendentemente provoca la prima testimonianza del suo essere divino, figlio di Dio, in un pagano, il centurione ai piedi del patibolo. La fuga dei discepoli non ci sorprende più di tanto: anche noi certamente avremmo fatto lo stesso, ma anche oggi siamo qui a ripetere cose già sentite: ma perché ha voluto subire tutto ciò? Non aveva forse annunciato un regno, non aveva proclamato il tempo nuovo e risolutivo di tutte le contraddizioni del cuore dei popoli?
La resurrezione arriva a sollevarci dal nostro disappunto e dalla nostra frustrazione; come era vera la previsione dichiarata del suo soffrire e morire, allora può essere vero che dopo tre giorni la vita sarebbe ritornata. Tuttavia mentre le minacce degli ultimi giorni prima della condanna avevano reso credibile agli occhi dei discepoli la prospettiva della passione, le promesse circa il terzo giorno apparivano totalmente inattendibili; pur avendo ancora in mente la pietra tolta per liberare Lazzaro, la tomba vuota fra guardie addormentate e angeli luminosi, lasciava dubbi aperti, cosa che non sarebbe accaduta se la potenza di Gesù si fosse palesata, come qualcuno richiedeva, con lo strapparsi via i chiodi e scendere dalla croce. Il risorto non è immediatamente riconoscibile come il Gesù della passione: ci vuole un po’ per metabolizzare quella diversa presenza. Ecco infatti due chiari esempi: Maria di Magdala, distrutta dal dolore, non capisce il significato della presenza dei due angeli seduti nel sepolcro al posto del corpo di Gesù e, dopo aver detto loro il motivo del suo pianto, non attende nemmeno che le figure celesti rispondano e si volta indietro, sempre alla ricerca del cadavere del Signore. Identica preoccupazione manifesta anche a colui che vede ritto accanto a sé e che ritiene il custode del giardino, finché non si sente chiamare per nome. Stessa cosa avviene per i due discepoli che nella tristezza più nera tornano verso Emmaus: ci vollero discorsi, un camminare insieme e finalmente un pane spezzato per arrivare a capire. Perdonate, a proposito di Maria Maddalena, se faccio notare questo fatto: ella è chiamata ad essere la prima testimone dell’accaduto ed è mandata a rendere tale testimonianza agli apostoli, ma per gli ebrei in sede processuale le parole di una donna non vengono nemmeno prese in considerazione. Gesù continua a smentire l’impianto sociale del tempo. Il risorto poi si rivolgerà direttamente agli undici (Giuda si era tolto di mezzo ucciso dal rimorso) e li guiderà ad uscir fuori dal buio della paura, quella di poter subire la stessa sorte del maestro, con il dono dello Spirito Santo: da lì nasce la nostra storia.
È doloroso però pensare che a due millenni di distanza dai fatti non siamo ancora in grado di vivere il tempo della Grazia! Un mondo dilaniato da guerre di armi e guerre di parole; un mondo incapace di considerare la vita come un dono, la terra come il giardino affidato, la gente come compagnia di viaggio e promettente fratellanza.
È questa impotenza reiterata dell’onnipotenza divina che ci disorienta e addolora; ma ancora una volta questa Pasqua ci richiama al compito dell’azione in fedeltà alla parola di Gesù e in preghiera che invoca il suo ritorno.
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(Omelia del 31.03.2024 – Domenica di Pasqua)
Se ci siamo soffermati davanti al Crocifisso, sia in modo intimo e personale, sia in modo comunitario e liturgico, il giorno di Pasqua ha un sapore tutto particolare. Lo accostiamo con il cuore gonfio e stupito; la croce del Signore ci ha detto cosa vuol dire amare e donarsi. Gesù è stato coerente a tutte le parole dette, a tutte le promesse fatte, al compimento delle visioni profetiche riassunte quella volta nella sinagoga di Nazareth: “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Soprattutto il dramma della condanna finale aveva confermato quanto anticipato nelle dichiarazioni da lui fatte sulla sua imminente sofferenza, quelle che i discepoli non avevano né capito né accettato. Il modo del suo stare sulla croce ci ha donato un Gesù che spazza via tutte le sbagliate interpretazioni sulla figura messianica e sorprendentemente provoca la prima testimonianza del suo essere divino, figlio di Dio, in un pagano, il centurione ai piedi del patibolo. La fuga dei discepoli non ci sorprende più di tanto: anche noi certamente avremmo fatto lo stesso, ma anche oggi siamo qui a ripetere cose già sentite: ma perché ha voluto subire tutto ciò? Non aveva forse annunciato un regno, non aveva proclamato il tempo nuovo e risolutivo di tutte le contraddizioni del cuore dei popoli?
La resurrezione arriva a sollevarci dal nostro disappunto e dalla nostra frustrazione; come era vera la previsione dichiarata del suo soffrire e morire, allora può essere vero che dopo tre giorni la vita sarebbe ritornata. Tuttavia mentre le minacce degli ultimi giorni prima della condanna avevano reso credibile agli occhi dei discepoli la prospettiva della passione, le promesse circa il terzo giorno apparivano totalmente inattendibili; pur avendo ancora in mente la pietra tolta per liberare Lazzaro, la tomba vuota fra guardie addormentate e angeli luminosi, lasciava dubbi aperti, cosa che non sarebbe accaduta se la potenza di Gesù si fosse palesata, come qualcuno richiedeva, con lo strapparsi via i chiodi e scendere dalla croce. Il risorto non è immediatamente riconoscibile come il Gesù della passione: ci vuole un po’ per metabolizzare quella diversa presenza. Ecco infatti due chiari esempi: Maria di Magdala, distrutta dal dolore, non capisce il significato della presenza dei due angeli seduti nel sepolcro al posto del corpo di Gesù e, dopo aver detto loro il motivo del suo pianto, non attende nemmeno che le figure celesti rispondano e si volta indietro, sempre alla ricerca del cadavere del Signore. Identica preoccupazione manifesta anche a colui che vede ritto accanto a sé e che ritiene il custode del giardino, finché non si sente chiamare per nome. Stessa cosa avviene per i due discepoli che nella tristezza più nera tornano verso Emmaus: ci vollero discorsi, un camminare insieme e finalmente un pane spezzato per arrivare a capire. Perdonate, a proposito di Maria Maddalena, se faccio notare questo fatto: ella è chiamata ad essere la prima testimone dell’accaduto ed è mandata a rendere tale testimonianza agli apostoli, ma per gli ebrei in sede processuale le parole di una donna non vengono nemmeno prese in considerazione. Gesù continua a smentire l’impianto sociale del tempo. Il risorto poi si rivolgerà direttamente agli undici (Giuda si era tolto di mezzo ucciso dal rimorso) e li guiderà ad uscir fuori dal buio della paura, quella di poter subire la stessa sorte del maestro, con il dono dello Spirito Santo: da lì nasce la nostra storia.
È doloroso però pensare che a due millenni di distanza dai fatti non siamo ancora in grado di vivere il tempo della Grazia! Un mondo dilaniato da guerre di armi e guerre di parole; un mondo incapace di considerare la vita come un dono, la terra come il giardino affidato, la gente come compagnia di viaggio e promettente fratellanza.
È questa impotenza reiterata dell’onnipotenza divina che ci disorienta e addolora; ma ancora una volta questa Pasqua ci richiama al compito dell’azione in fedeltà alla parola di Gesù e in preghiera che invoca il suo ritorno.







