DESK E MEDIE

(Omelia del 04.08.2024 – Undicesima Domenica dopo Pentecoste)

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La parabola della vigna appare quasi come una sintesi degli avvenimenti storici del popolo ebraico e un preannuncio dell’esito della missione di Gesù.
Già, la vigna: luogo dove si profonde l’impegno del contadino, luogo minacciato da probabili eventi negativi come la grandine o la siccità; la vigna ha bisogno di una cura fedele ed instancabile, non può sopportare improvvisazione e distrazione.
Ma nella parabola raccontata da Gesù, in un momento del suo ministero che vede intensificarsi opposizione e rifiuto, chi e che cosa rappresenta la vigna? È il popolo al quale Dio ha sempre guardato, non facendo mai mancare il proprio appoggio, proprio come fa il viticoltore. Di fronte al grave non ascolto del messaggio dei profeti, nella parabola sembra che la pazienza di Dio sia esaurita: alla conclusione del racconto, arriva la domanda che interroga sul che cosa farà alla fine il padrone della vigna che vede ucciso anche il figlio. Ovvia la risposta di chi ha nel cuore la sola legge che anche oggi domina la scena dei rapporti internazionali: la legge del taglione. Al male si risponde col male; alla morte con la morte; ad una aggressione si risponde con la vendetta, e ciò in misura sempre di crescente intensità e violenza. Gesù non si mette a discutere sull’accettabilità dell’antica norma, ma rilegge i fatti in altro modo. Elia aveva agito con l’uccisione dei profeti di sua iniziativa; Dio non l’aveva ordinato per nulla, solo questione di uno zelo inaccettabile. Non ci deve essere vendetta, ma neppure la finzione che il male non sia stato commesso. Il male c’è e nella parabola la morte del figlio, fuori della città quindi con un’esclusione sottolineata, è conseguenza di una presunta colpa: è considerato bestemmiatore e delinquente. Ma Dio lo riscatta, e lo fa in un modo assolutamente sorprendente, non con la sconfitta del nemico addirittura sbeffeggiato come nel caso dei profeti di Baal; lo glorifica ed esalta come la migliore pietra da costruzione e ricomincia, affidando il suo patrimonio ad altri.
Il vangelo dice: ciò che noi scartiamo ci salva. Di sicuro Gesù pensava alla sua croce: la logica divina dice che il male assorbito senza volerlo restituire diventa il potere più alto. La pietra angolare è rigenerata nel perdono dato con la vita offerta.
Viene istintivo far correre il pensiero alle cronache degli ultimi giorni; da una parte la legge della vendetta domina la scena. Da un diverso punto di osservazione, dobbiamo notare come non ci siano profeti uccisi inascoltati: vediamo operatori di perdono e di pace che vengono completamente disattesi; come dire “lasciamoli parlare perché è il loro dovere farlo, ma il nostro lavoro è un altro”. Abbiamo in realtà una miriade di profeti ignoti e non considerati: sono le vittime innocenti di queste guerre assurde. Anche popoli che hanno nel loro tesoro storico spirituale scrigni di santità e saggezza, stanno invece perseguendo l’infedeltà al dettato divino: ma questi non sono certo quelli che cercano cibo fra le macerie o tracce dei propri cari nelle città distrutte. Sono i potenti sovrani e direttori dell’orchestra che suona spari e scoppi, sono loro acciecati dal bisogno di potere anche se inzuppato di sangue.
Le letture bibliche, anche quelle di oggi, ci parlano di un Dio che non ritrae la sua carezza; però siamo sconcertati da questa visione di un Dio interventista: sembra descritto come qualcuno che dall’alto osserva e decide dove e come intervenire nelle vicende che riguardano gli uomini. Di fronte ai guasti del ‘900, di fronte alle guerre attuali, si ripropongono le domande: Dio gestisce o no la storia? Dio si è stancato di intervenire? Dio non c’è? L’attualità del problema è ben presentata in un recente volume intitolato “Ma Dio interviene nella storia?” di Santi Grasso, biblista; cito la sua risposta finale dopo aver mostrato le concezioni antiche, quella del fato presso il mondo greco e quella antagonista vendicativa pure presente nell’antichità classica che poi si ritrova nel mondo biblico dell’Antico Testamento secondo lo schema “peccato-punizione”. Ecco dunque come si dovrebbe intere la risposta: “Tale schema (vedi sopra) è messo in crisi dalla vicenda di Gesù, in particolar modo con la croce che è il segno di contestazione della visione per cui gli avvenimenti storici sono il risultato dell’azione di Dio. La croce che nell’antichità era interpretata come una maledizione divina, è stata trasformata dal messia in strumento per il raggiungimento della salvezza. Il cristianesimo che originariamente si era opposto allo schema di lettura anticotestamentaria di peccato-punizione, tuttavia lo riprende in forma ancestrale nel corso del suo sviluppo storico. Poiché non si è saputa giustificare la croce, essendo questa in contraddizione con l’immagine tradizionale di un Dio che agisce direttamente nella storia, si è arrivati a dire che la morte di Gesù corrisponde alla volontà divina. Invece di vedere Dio come portatore di vita e di amore, lo si è visto come latore di dolore e di morte”.
Potremmo riassumere dicendo: c’è un’azione di Dio verso l’uomo ed è il dono dello Spirito Santo, accogliendo il quale umanità crea il mondo buono cioè il Regno di Dio; ciò è rappresentato benissimo nell’Annunciazione: lo Spirito scende in Maria che l’accoglie ed inaugura così l’era messianica.

 

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(Omelia del 04.08.2024 – Undicesima Domenica dopo Pentecoste)

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La parabola della vigna appare quasi come una sintesi degli avvenimenti storici del popolo ebraico e un preannuncio dell’esito della missione di Gesù.
Già, la vigna: luogo dove si profonde l’impegno del contadino, luogo minacciato da probabili eventi negativi come la grandine o la siccità; la vigna ha bisogno di una cura fedele ed instancabile, non può sopportare improvvisazione e distrazione.
Ma nella parabola raccontata da Gesù, in un momento del suo ministero che vede intensificarsi opposizione e rifiuto, chi e che cosa rappresenta la vigna? È il popolo al quale Dio ha sempre guardato, non facendo mai mancare il proprio appoggio, proprio come fa il viticoltore. Di fronte al grave non ascolto del messaggio dei profeti, nella parabola sembra che la pazienza di Dio sia esaurita: alla conclusione del racconto, arriva la domanda che interroga sul che cosa farà alla fine il padrone della vigna che vede ucciso anche il figlio. Ovvia la risposta di chi ha nel cuore la sola legge che anche oggi domina la scena dei rapporti internazionali: la legge del taglione. Al male si risponde col male; alla morte con la morte; ad una aggressione si risponde con la vendetta, e ciò in misura sempre di crescente intensità e violenza. Gesù non si mette a discutere sull’accettabilità dell’antica norma, ma rilegge i fatti in altro modo. Elia aveva agito con l’uccisione dei profeti di sua iniziativa; Dio non l’aveva ordinato per nulla, solo questione di uno zelo inaccettabile. Non ci deve essere vendetta, ma neppure la finzione che il male non sia stato commesso. Il male c’è e nella parabola la morte del figlio, fuori della città quindi con un’esclusione sottolineata, è conseguenza di una presunta colpa: è considerato bestemmiatore e delinquente. Ma Dio lo riscatta, e lo fa in un modo assolutamente sorprendente, non con la sconfitta del nemico addirittura sbeffeggiato come nel caso dei profeti di Baal; lo glorifica ed esalta come la migliore pietra da costruzione e ricomincia, affidando il suo patrimonio ad altri.
Il vangelo dice: ciò che noi scartiamo ci salva. Di sicuro Gesù pensava alla sua croce: la logica divina dice che il male assorbito senza volerlo restituire diventa il potere più alto. La pietra angolare è rigenerata nel perdono dato con la vita offerta.
Viene istintivo far correre il pensiero alle cronache degli ultimi giorni; da una parte la legge della vendetta domina la scena. Da un diverso punto di osservazione, dobbiamo notare come non ci siano profeti uccisi inascoltati: vediamo operatori di perdono e di pace che vengono completamente disattesi; come dire “lasciamoli parlare perché è il loro dovere farlo, ma il nostro lavoro è un altro”. Abbiamo in realtà una miriade di profeti ignoti e non considerati: sono le vittime innocenti di queste guerre assurde. Anche popoli che hanno nel loro tesoro storico spirituale scrigni di santità e saggezza, stanno invece perseguendo l’infedeltà al dettato divino: ma questi non sono certo quelli che cercano cibo fra le macerie o tracce dei propri cari nelle città distrutte. Sono i potenti sovrani e direttori dell’orchestra che suona spari e scoppi, sono loro acciecati dal bisogno di potere anche se inzuppato di sangue.
Le letture bibliche, anche quelle di oggi, ci parlano di un Dio che non ritrae la sua carezza; però siamo sconcertati da questa visione di un Dio interventista: sembra descritto come qualcuno che dall’alto osserva e decide dove e come intervenire nelle vicende che riguardano gli uomini. Di fronte ai guasti del ‘900, di fronte alle guerre attuali, si ripropongono le domande: Dio gestisce o no la storia? Dio si è stancato di intervenire? Dio non c’è? L’attualità del problema è ben presentata in un recente volume intitolato “Ma Dio interviene nella storia?” di Santi Grasso, biblista; cito la sua risposta finale dopo aver mostrato le concezioni antiche, quella del fato presso il mondo greco e quella antagonista vendicativa pure presente nell’antichità classica che poi si ritrova nel mondo biblico dell’Antico Testamento secondo lo schema “peccato-punizione”. Ecco dunque come si dovrebbe intere la risposta: “Tale schema (vedi sopra) è messo in crisi dalla vicenda di Gesù, in particolar modo con la croce che è il segno di contestazione della visione per cui gli avvenimenti storici sono il risultato dell’azione di Dio. La croce che nell’antichità era interpretata come una maledizione divina, è stata trasformata dal messia in strumento per il raggiungimento della salvezza. Il cristianesimo che originariamente si era opposto allo schema di lettura anticotestamentaria di peccato-punizione, tuttavia lo riprende in forma ancestrale nel corso del suo sviluppo storico. Poiché non si è saputa giustificare la croce, essendo questa in contraddizione con l’immagine tradizionale di un Dio che agisce direttamente nella storia, si è arrivati a dire che la morte di Gesù corrisponde alla volontà divina. Invece di vedere Dio come portatore di vita e di amore, lo si è visto come latore di dolore e di morte”.
Potremmo riassumere dicendo: c’è un’azione di Dio verso l’uomo ed è il dono dello Spirito Santo, accogliendo il quale umanità crea il mondo buono cioè il Regno di Dio; ciò è rappresentato benissimo nell’Annunciazione: lo Spirito scende in Maria che l’accoglie ed inaugura così l’era messianica.

 

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