DESK E MEDIE
(Omelia del 02.10.2022 – Quinta Domenica dopo il Martirio di Giovanni)
In Luca, Gesù annuncia le beatitudini, la sua rivoluzionaria visione della vita, mentre cammina per strada (ambientazione diversa rispetto al vangelo di Matteo che le colloca nel discorso sulla montagna) e si dirige verso Gerusalemme, luogo dove avverrà la sua Passione e si compirà con il suo esempio la dottrina del dono gratuito di sé.
C’è un incipit che ci coinvolge fortemente: “A voi che ascoltate, dico”! Ci vuole una disponibilità precisa per essere interlocutori di Gesù. Poco prima aveva dolorosamente detto il guaio di essere arroccati e insensibili “Guai a voi che siete sazi”; se siamo appagati dalle nostre scelte egoistiche abbiamo già rinunciato all’ascolto e non più possibile farsi plasmare dalle parole di Gesù. Ascoltarlo vuol dire accettare di mettersi in discussione e la prima cosa da ridiscutere è la relazione con gli altri. Per noi spesso sono degli estranei, a volte lontani, talora avversari, ed anche nemici quando ci hanno fatto subire qualcosa. Traumatizzante l’iniziale dichiarazione di Gesù: “Amate i vostri nemici”. È l’unico imperativo, le altre parole sono all’indicativo, sono suggerimenti. Il cristiano è tale in virtù di quel comando; senza di esso perde identità e originalità: “non fanno lo stesso anche i pagani?”, infatti. Ma il nemico chi è? Diceva p. Fausti: «È l’altro perché l’altro è irriducibile: mi fa da specchio. È uguale a me, vuole le stesse cose, per cui è il mio contendente, è il mio nemico. Questa parola: “amate i vostri nemici” è unica del cristianesimo. Se si toglie questo non c’è nulla del cristianesimo. Normalmente dei nemici cosa si dice? Peste e corna: bisogna squalificarli, demonizzarli. Questo lo facciamo spesso anche noi: basta leggere qualunque stampa, anche cattolica. L’importante è demonizzare quelli che non la pensano come noi”.
L’altro è sempre inteso come potenziale nemico; un esempio banalissimo è la competizione che quotidianamente si svolge nella circolazione stradale della nostra civilissima città, dove odio e insulti sono di prassi.
Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso (Lc. 6,36); è questo il tema centrale della Messa di oggi. Qualcuno ha detto anche “diventate materni come materno è il Padre vostro”! E noi ben ci ricordiamo di madri che hanno saputo non tener conto delle ingratitudini dei figli e mai hanno smesso di amarli.
Ricordiamoci anche che la stessa espressione, nel vangelo di Matteo, suona un po’ diversa “siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste è perfetto”.
Ecco allora che i vangeli ci guidano a identificare la misericordia con la divina completezza e definitività!
Ma torniamo al brano come tale. Incontriamo la famosa regola d’oro: “E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Filosofie antiche e tradizioni religiose di tutti i tempi danno questa norma a chi vuole essere giusto. Ne cito alcune:
“Non fare agli altri ciò che ti riempirebbe di ira se fatto a te dagli altri” (Isocrate, IV secolo a. C.). Hillel, il grande rabbino vissuto pochi anni prima di Gesù, dice: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Va’ e studia”.
“Colui che mentre cerca la felicità, opprime con la violenza altri esseri che pure desiderano la felicità, non raggiungerà la felicità per questo” (frase tratta dal canone buddista, o Dhammapada). E anche nell’Islam troviamo il detto: “Desidera per il tuo prossimo ciò che desideri per te stesso” (Islam)
Non per fare i superiori però dobbiamo precisare una cosa: questa regola d’oro che è detta anche regola della Reciprocità, in realtà è sempre finalizzata a trarre per sé un vantaggio, per quanto possa essere di pace o di tranquillità. Nelle parole di Gesù, questa regola va letta alla luce della completa gratuità.
Quattro sono gli imperativi che precedono: “Amate, fate del bene, benedite, pregate”.
Ci ritroviamo con scelte e stili di vita che rifiutano totalmente lo scontro cercato o subito.
Gesù non chiede che si diventi amici, nel senso della condivisione nella simpatia. La simpatia non dipende da noi e non può essere comandata. Gesù chiede di amare, cioè di preoccuparsi dei bisogni dell’altro.
Tengo a sottolineare come semplice curiosità, che la partizione per 4 dell’insegnamento (4 imperativi, la guancia, il mantello, la tunica e il prestito) non è casuale: il 4 rappresenta la terra e qui è l’uomo abitatore del tempo terreno che viene interpellato, mentre il 3 rappresenta il cielo ed il 7 l’unione (somma) terra cielo.
Per questo bisogna ripartire da una rivalutazione dentro di noi del cosiddetto “prossimo”: non è colui che ostruisce il cammino dell’io. La via che presenta Gesù non è la remissività completa davanti al nemico. Lui vuole che la violenza non sia combattuta con la medesima spregiudicatezza che nulla salva: chiede che attraverso l’attitudine al confronto, si mettano in atto tutte le misure capaci di disinnesco di ciò che sta dietro all’odio.
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(Omelia del 02.10.2022 – Quinta Domenica dopo il Martirio di Giovanni)
In Luca, Gesù annuncia le beatitudini, la sua rivoluzionaria visione della vita, mentre cammina per strada (ambientazione diversa rispetto al vangelo di Matteo che le colloca nel discorso sulla montagna) e si dirige verso Gerusalemme, luogo dove avverrà la sua Passione e si compirà con il suo esempio la dottrina del dono gratuito di sé.
C’è un incipit che ci coinvolge fortemente: “A voi che ascoltate, dico”! Ci vuole una disponibilità precisa per essere interlocutori di Gesù. Poco prima aveva dolorosamente detto il guaio di essere arroccati e insensibili “Guai a voi che siete sazi”; se siamo appagati dalle nostre scelte egoistiche abbiamo già rinunciato all’ascolto e non più possibile farsi plasmare dalle parole di Gesù. Ascoltarlo vuol dire accettare di mettersi in discussione e la prima cosa da ridiscutere è la relazione con gli altri. Per noi spesso sono degli estranei, a volte lontani, talora avversari, ed anche nemici quando ci hanno fatto subire qualcosa. Traumatizzante l’iniziale dichiarazione di Gesù: “Amate i vostri nemici”. È l’unico imperativo, le altre parole sono all’indicativo, sono suggerimenti. Il cristiano è tale in virtù di quel comando; senza di esso perde identità e originalità: “non fanno lo stesso anche i pagani?”, infatti. Ma il nemico chi è? Diceva p. Fausti: «È l’altro perché l’altro è irriducibile: mi fa da specchio. È uguale a me, vuole le stesse cose, per cui è il mio contendente, è il mio nemico. Questa parola: “amate i vostri nemici” è unica del cristianesimo. Se si toglie questo non c’è nulla del cristianesimo. Normalmente dei nemici cosa si dice? Peste e corna: bisogna squalificarli, demonizzarli. Questo lo facciamo spesso anche noi: basta leggere qualunque stampa, anche cattolica. L’importante è demonizzare quelli che non la pensano come noi”.
L’altro è sempre inteso come potenziale nemico; un esempio banalissimo è la competizione che quotidianamente si svolge nella circolazione stradale della nostra civilissima città, dove odio e insulti sono di prassi.
Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso (Lc. 6,36); è questo il tema centrale della Messa di oggi. Qualcuno ha detto anche “diventate materni come materno è il Padre vostro”! E noi ben ci ricordiamo di madri che hanno saputo non tener conto delle ingratitudini dei figli e mai hanno smesso di amarli.
Ricordiamoci anche che la stessa espressione, nel vangelo di Matteo, suona un po’ diversa “siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste è perfetto”.
Ecco allora che i vangeli ci guidano a identificare la misericordia con la divina completezza e definitività!
Ma torniamo al brano come tale. Incontriamo la famosa regola d’oro: “E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Filosofie antiche e tradizioni religiose di tutti i tempi danno questa norma a chi vuole essere giusto. Ne cito alcune:
“Non fare agli altri ciò che ti riempirebbe di ira se fatto a te dagli altri” (Isocrate, IV secolo a. C.). Hillel, il grande rabbino vissuto pochi anni prima di Gesù, dice: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Va’ e studia”.
“Colui che mentre cerca la felicità, opprime con la violenza altri esseri che pure desiderano la felicità, non raggiungerà la felicità per questo” (frase tratta dal canone buddista, o Dhammapada). E anche nell’Islam troviamo il detto: “Desidera per il tuo prossimo ciò che desideri per te stesso” (Islam)
Non per fare i superiori però dobbiamo precisare una cosa: questa regola d’oro che è detta anche regola della Reciprocità, in realtà è sempre finalizzata a trarre per sé un vantaggio, per quanto possa essere di pace o di tranquillità. Nelle parole di Gesù, questa regola va letta alla luce della completa gratuità.
Quattro sono gli imperativi che precedono: “Amate, fate del bene, benedite, pregate”.
Ci ritroviamo con scelte e stili di vita che rifiutano totalmente lo scontro cercato o subito.
Gesù non chiede che si diventi amici, nel senso della condivisione nella simpatia. La simpatia non dipende da noi e non può essere comandata. Gesù chiede di amare, cioè di preoccuparsi dei bisogni dell’altro.
Tengo a sottolineare come semplice curiosità, che la partizione per 4 dell’insegnamento (4 imperativi, la guancia, il mantello, la tunica e il prestito) non è casuale: il 4 rappresenta la terra e qui è l’uomo abitatore del tempo terreno che viene interpellato, mentre il 3 rappresenta il cielo ed il 7 l’unione (somma) terra cielo.
Per questo bisogna ripartire da una rivalutazione dentro di noi del cosiddetto “prossimo”: non è colui che ostruisce il cammino dell’io. La via che presenta Gesù non è la remissività completa davanti al nemico. Lui vuole che la violenza non sia combattuta con la medesima spregiudicatezza che nulla salva: chiede che attraverso l’attitudine al confronto, si mettano in atto tutte le misure capaci di disinnesco di ciò che sta dietro all’odio.







