DESK E MEDIE

(Omelia del 12.02.2023 – Penultima Domenica dopo l’Epifania)

Le grandi tradizioni monoteiste, ebraica, cristiana e musulmana, sono concordi nel presentare Dio come colui che è “clemente” e “misericordioso”. Rāḥûm, dicevano gli ebrei; al-Rahim, in arabo, nella frase della Basmala, la formula che apre tutte le sure del Corano (eccetto la nona). Mi sono spesso domandato perché sia sempre stato messo in primo piano il Dio definito come artefice di misericordia; la risposta mi pare possa partire da una semplicissima osservazione: il cuore umano è soggetto a incoerenza, instabilità, contraddizione e a tante cadute rispetto alla fedeltà al progetto di vita che lo costituisce. Per questo il bisogno più accorato dell’uomo è quello di trovare un aiuto per risollevarsi, una mano per rialzarsi; non si può pensare di essere giudicati e per sempre condannati. Abbiamo necessità che Dio non sia l’inflessibile e l’irremovibile esecutore della legge; se siamo costantemente schiacciati dal peso dei nostri sbagli restiamo bloccati e incapaci di svolgere qualcosa di positivo per il bene comune. Ogni tanto Gesù si rivolgeva ai suoi contemporanei apostrofandoli così: “Generazione adultera e incredula”. Ce la sentiamo addosso questa forte critica; sembra che il racconto del vangelo odierno voglia darci un saggio sul come siamo e sul come è il Signore. Premettiamo che il problema non è tanto quello del peccato di adulterio, peccato che penalizzava la donna più che l’uomo. Adulterio è anzitutto la condizione di tutti: infatti Gesù avvicina l’incredulità all’adulterio; quella donna siamo tutti noi che ogni giorno tradiamo il nostro Dio andando a sposarci con idoli inutili e dannosi.
Il fatto che abbiamo ascoltato accade dopo una serie di screzi fra Gesù e i farisei: irritati dalla forza della sua predicazione ma convinti che Gesù non viene da Dio, scribi e farisei organizzano una specie di tribunale pubblico all’aperto, una sfida che ritengono insuperabile. Gesù è arrivato nel tempio di mattina, presto. Egli siede e insegna. Gli portano una donna sorpresa in adulterio. La pongono nel mezzo e sfidano Gesù perché dia la sua sentenza, ricordando la legge di Mosé: “Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Seguono da parte di Gesù un gesto ed una frase. Si mise a fare segni, scrittura, sul terreno; mille interpretazioni si danno di questo atteggiamento. Scriveva, dice il vangelo: tradotto più letteralmente si dovrebbe dire “buttava giù qualcosa”, ma seguiamo il commento del grande esegeta Raymond Brown: “la possibilità di gran lunga più semplice è che Gesù stia solo tracciando linee per terra, per mostrare il suo disinteresse e disgusto per lo zelo di quegli accusatori malfidenti”. Segue la frase, divenuta poi proverbiale: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. La vergogna di tutti suggerisce di lasciare il campo.
Mi colpisce la ricordata interpretazione esegetica: in Gesù che guarda a terra e col dito segna la sabbia, c’è disinteresse e disgusto verso l’integralismo e il fondamentalismo: sono atteggiamenti che creano lontananze e disperate guerre delle quali la storia è strazeppa. L’ultima può essere quella dichiarazione del Patriarca di Mosca che appoggia la guerra per sconfiggere il peccato del pensiero occidentale.
Provo lo stesso disgusto e noia di fronte alle ormai quotidiane schermaglie politiche che affollano i talkshow televisivi dove l’oggettività e la verità sono bandite per far posto a preconcetto e fissità ideologica. Così ci facciamo del male e coltiviamo l’odio proprio come quei farisei preoccupati di salvare il proprio potente ruolo sociale e non di ricercare la voce di Dio.
Troppe volte pensiamo che il perdono dell’adultera sia una sorta di cancellazione a buon mercato di condotte peccaminose; invece Gesù vuole che si prenda tutti coscienza che il male c’è ed è in ognuno: lo si vede bene nel racconto che mostra gli accusatori andarsene pensosi del proprio essere peccatori.
Il nostro problema, lo ripete spesso il Papa, è che non siamo così coscienti del nostro stato da ricorrere più frequentemente alla domanda di misericordia. Abbiamo anche trasformato la Confessione come il mezzo per tornare a fare quello che si vuole e non come l’invito perdonante a non reiterare l’errore. Confessarsi vuol dire aprire il cuore al desiderio di stare dalla parte non dei giusti, ma dei salvati; la battaglia è nei confronti del mondo che nega questo giusto desiderio, lo deride perché lo ritiene debolezza perdente.
La croce di Gesù trasforma la sconfitta in apertura di nuova vita.

 

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(Omelia del 12.02.2023 – Penultima Domenica dopo l’Epifania)

Le grandi tradizioni monoteiste, ebraica, cristiana e musulmana, sono concordi nel presentare Dio come colui che è “clemente” e “misericordioso”. Rāḥûm, dicevano gli ebrei; al-Rahim, in arabo, nella frase della Basmala, la formula che apre tutte le sure del Corano (eccetto la nona). Mi sono spesso domandato perché sia sempre stato messo in primo piano il Dio definito come artefice di misericordia; la risposta mi pare possa partire da una semplicissima osservazione: il cuore umano è soggetto a incoerenza, instabilità, contraddizione e a tante cadute rispetto alla fedeltà al progetto di vita che lo costituisce. Per questo il bisogno più accorato dell’uomo è quello di trovare un aiuto per risollevarsi, una mano per rialzarsi; non si può pensare di essere giudicati e per sempre condannati. Abbiamo necessità che Dio non sia l’inflessibile e l’irremovibile esecutore della legge; se siamo costantemente schiacciati dal peso dei nostri sbagli restiamo bloccati e incapaci di svolgere qualcosa di positivo per il bene comune. Ogni tanto Gesù si rivolgeva ai suoi contemporanei apostrofandoli così: “Generazione adultera e incredula”. Ce la sentiamo addosso questa forte critica; sembra che il racconto del vangelo odierno voglia darci un saggio sul come siamo e sul come è il Signore. Premettiamo che il problema non è tanto quello del peccato di adulterio, peccato che penalizzava la donna più che l’uomo. Adulterio è anzitutto la condizione di tutti: infatti Gesù avvicina l’incredulità all’adulterio; quella donna siamo tutti noi che ogni giorno tradiamo il nostro Dio andando a sposarci con idoli inutili e dannosi.
Il fatto che abbiamo ascoltato accade dopo una serie di screzi fra Gesù e i farisei: irritati dalla forza della sua predicazione ma convinti che Gesù non viene da Dio, scribi e farisei organizzano una specie di tribunale pubblico all’aperto, una sfida che ritengono insuperabile. Gesù è arrivato nel tempio di mattina, presto. Egli siede e insegna. Gli portano una donna sorpresa in adulterio. La pongono nel mezzo e sfidano Gesù perché dia la sua sentenza, ricordando la legge di Mosé: “Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Seguono da parte di Gesù un gesto ed una frase. Si mise a fare segni, scrittura, sul terreno; mille interpretazioni si danno di questo atteggiamento. Scriveva, dice il vangelo: tradotto più letteralmente si dovrebbe dire “buttava giù qualcosa”, ma seguiamo il commento del grande esegeta Raymond Brown: “la possibilità di gran lunga più semplice è che Gesù stia solo tracciando linee per terra, per mostrare il suo disinteresse e disgusto per lo zelo di quegli accusatori malfidenti”. Segue la frase, divenuta poi proverbiale: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. La vergogna di tutti suggerisce di lasciare il campo.
Mi colpisce la ricordata interpretazione esegetica: in Gesù che guarda a terra e col dito segna la sabbia, c’è disinteresse e disgusto verso l’integralismo e il fondamentalismo: sono atteggiamenti che creano lontananze e disperate guerre delle quali la storia è strazeppa. L’ultima può essere quella dichiarazione del Patriarca di Mosca che appoggia la guerra per sconfiggere il peccato del pensiero occidentale.
Provo lo stesso disgusto e noia di fronte alle ormai quotidiane schermaglie politiche che affollano i talkshow televisivi dove l’oggettività e la verità sono bandite per far posto a preconcetto e fissità ideologica. Così ci facciamo del male e coltiviamo l’odio proprio come quei farisei preoccupati di salvare il proprio potente ruolo sociale e non di ricercare la voce di Dio.
Troppe volte pensiamo che il perdono dell’adultera sia una sorta di cancellazione a buon mercato di condotte peccaminose; invece Gesù vuole che si prenda tutti coscienza che il male c’è ed è in ognuno: lo si vede bene nel racconto che mostra gli accusatori andarsene pensosi del proprio essere peccatori.
Il nostro problema, lo ripete spesso il Papa, è che non siamo così coscienti del nostro stato da ricorrere più frequentemente alla domanda di misericordia. Abbiamo anche trasformato la Confessione come il mezzo per tornare a fare quello che si vuole e non come l’invito perdonante a non reiterare l’errore. Confessarsi vuol dire aprire il cuore al desiderio di stare dalla parte non dei giusti, ma dei salvati; la battaglia è nei confronti del mondo che nega questo giusto desiderio, lo deride perché lo ritiene debolezza perdente.
La croce di Gesù trasforma la sconfitta in apertura di nuova vita.

 

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