DESK E MEDIE

(Omelia del 15.01.2023 – Seconda Domenica dopo l’Epifania)

Probabilmente i due leader contestati, Mosè ed Aronne, non erano abbastanza certi che una roccia, percossa dal bastone che aveva fatto altro prodigio, avrebbe regalato acqua abbondante. Tanto è vero che, a miracolo avvenuto, ricevettero la revoca del comando di essere loro i traghettatori del popolo nella nuova terra.
C’è di che meravigliarsi. Uomini testimoni di cose mai sperimentate da altri, di eventi di sicura matrice divina, come mai hanno perso fiducia? La storia biblica è ricca di racconti della fede contraddittoria anche dei migliori; ultimo della serie, per citarne almeno uno, la figura di Pietro. Allora non è il caso di gettare la croce addosso a Mosè e ad Aronne, perché si ha proprio l’impressione che “crederci fino in fondo” non sia proprio così ben inscritto nel DNA del credente. Nessuna meraviglia per le ricorrenti incoerenze; magari gli stessi ebrei gonfi dell’acqua insperata, qualche anno dopo discuteranno se si sia trattato di un caso di bizzarria della natura o se Jahvè ci aveva messo lo zampino.
Nel Vangelo non si dice se i due ragazzi di Cana, terminata la festa segnata da quel dono insperato che non era di certo nella lista nozze, abbiano iniziato a seguire Gesù insieme agli altri. Giovanni che ha raccontato, era più interessato a raccogliere altri elementi dall’accaduto. Riprenderà poco dopo il tema della chiamata alla sequela. Sono la donna, il vino generoso, gli inizi quasi anticipati dell’ora, le grandi dimensioni del fatto di Cana.
Sappiamo tutti che la parola donna detta a proposito di Maria, la ricollega a tutta la storia biblica che vede appunto la donna protagonista, da colei che calpesta il serpente fino a colei che appare nell’Apocalisse nel tripudio della santità. Ma qui a Cana c’è un aspetto speciale di questa donna: è il farsi carico della sofferenza e della tristezza umana. Infatti dice a Gesù che le cose stanno volgendo al peggio per gli sposi. Lei stessa se ne rende conto senza che nessuno la solleciti. Penso alle folle stipate sui piazzali dei santuari mariani: lì si coglie il pianto della storia umana. In alcuni casi, come narrano gli ex voto, gli interventi ci sono stati; tanti, tantissimi. Ma la terribile situazione del mondo odierno, che è senza vino, senza festa, pieno di guerre, denuncia che non si può chiedere a Gesù di fare quello che l’uomo può e deve fare.
Dalle nicchie di stupendi santuari, luoghi della presenza compassionevole di Maria, emerge oggi un grido ancor più forte di quello soffiato all’orecchio dei servi (fate quello che vi dirà): “basta, fermatevi”. Lei vive in tutta la sua drammaticità la contraddizione fra la chiamata dell’uomo alla gioia (simboleggiata nel vino) e la resiliente fabbrica del dolore.
Tocca a noi adesso, presentarci al popolo credendo che tutto sia possibile senza la faccia di amara ironia di Mosè: “pensate che dio possa darvi acqua dalla roccia.

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(Omelia del 15.01.2023 – Seconda Domenica dopo l’Epifania)

Probabilmente i due leader contestati, Mosè ed Aronne, non erano abbastanza certi che una roccia, percossa dal bastone che aveva fatto altro prodigio, avrebbe regalato acqua abbondante. Tanto è vero che, a miracolo avvenuto, ricevettero la revoca del comando di essere loro i traghettatori del popolo nella nuova terra.
C’è di che meravigliarsi. Uomini testimoni di cose mai sperimentate da altri, di eventi di sicura matrice divina, come mai hanno perso fiducia? La storia biblica è ricca di racconti della fede contraddittoria anche dei migliori; ultimo della serie, per citarne almeno uno, la figura di Pietro. Allora non è il caso di gettare la croce addosso a Mosè e ad Aronne, perché si ha proprio l’impressione che “crederci fino in fondo” non sia proprio così ben inscritto nel DNA del credente. Nessuna meraviglia per le ricorrenti incoerenze; magari gli stessi ebrei gonfi dell’acqua insperata, qualche anno dopo discuteranno se si sia trattato di un caso di bizzarria della natura o se Jahvè ci aveva messo lo zampino.
Nel Vangelo non si dice se i due ragazzi di Cana, terminata la festa segnata da quel dono insperato che non era di certo nella lista nozze, abbiano iniziato a seguire Gesù insieme agli altri. Giovanni che ha raccontato, era più interessato a raccogliere altri elementi dall’accaduto. Riprenderà poco dopo il tema della chiamata alla sequela. Sono la donna, il vino generoso, gli inizi quasi anticipati dell’ora, le grandi dimensioni del fatto di Cana.
Sappiamo tutti che la parola donna detta a proposito di Maria, la ricollega a tutta la storia biblica che vede appunto la donna protagonista, da colei che calpesta il serpente fino a colei che appare nell’Apocalisse nel tripudio della santità. Ma qui a Cana c’è un aspetto speciale di questa donna: è il farsi carico della sofferenza e della tristezza umana. Infatti dice a Gesù che le cose stanno volgendo al peggio per gli sposi. Lei stessa se ne rende conto senza che nessuno la solleciti. Penso alle folle stipate sui piazzali dei santuari mariani: lì si coglie il pianto della storia umana. In alcuni casi, come narrano gli ex voto, gli interventi ci sono stati; tanti, tantissimi. Ma la terribile situazione del mondo odierno, che è senza vino, senza festa, pieno di guerre, denuncia che non si può chiedere a Gesù di fare quello che l’uomo può e deve fare.
Dalle nicchie di stupendi santuari, luoghi della presenza compassionevole di Maria, emerge oggi un grido ancor più forte di quello soffiato all’orecchio dei servi (fate quello che vi dirà): “basta, fermatevi”. Lei vive in tutta la sua drammaticità la contraddizione fra la chiamata dell’uomo alla gioia (simboleggiata nel vino) e la resiliente fabbrica del dolore.
Tocca a noi adesso, presentarci al popolo credendo che tutto sia possibile senza la faccia di amara ironia di Mosè: “pensate che dio possa darvi acqua dalla roccia.

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