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(Omelia del 25.02.2024 – seconda Domenica di Quaresima)

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Che cosa si può dire? Ci si può solo innamorare. Anche di un racconto.
E gli squarci, su quel mezzogiorno al pozzo, sono a non finire. Incontro imprevedibile e ti restano pulite le parole, gli sguardi, il pozzo, il sole. Niente e nessuno mai a impolverarli, imperdibili. Accade quasi sempre quando, ad accendere sguardi e parole, è l’amore o qualcosa che gli assomiglia. Qui accade.
E da subito nel racconto una mezza bugia. Gesù decide di ritornare dalla Giudea in Galilea, tre giorni di cammino. E’ scritto: ”Doveva perciò attraversare la Samaria”. No, non era necessario attraversarla: poteva passare lungo la valle del Giordano; così avrebbe evitato il passaggio in un territorio ostile, terra di eretici. “Doveva”: era una necessita di cuore.
E poi lui non era certo il rabbi delle cose ovvie. Che fosse uno fuori dal sistema, un po’ se ne era accorto Nicodemo, nell’incontro che precede il nostro, un incontro nella notte, ma in casa, ancora in terra dei puri. Ora è come lo spingesse desiderio di andare fuori dai recinti e scoprire che cosa c’è al di là. Siamo all’aria aperta, in terra cosiddetta impura, presso un pozzo di tutti. Come se si sentisse fatto per altre storie: anche lui ha la sua storia da spartire, come la donna. Tutti abbiamo storie da spartire.
Non c’è cattedra, c’è pozzo. Le parole che aprono – “Dammi da bere” – sembrano da subito un pretesto, per altro: perché accada un incontro. Dove lo spazio ha una sua intimità. Loro due. I discepoli nemmeno nominati, compaiono alla fine. Non è una lezione, è un gorgogliare d’acqua, acqua come quella spumeggiante dei torrenti, che non è lineare, devia, poi riprende, spontanea. Così l’acqua tra Gesù e la donna samaritana. Tra Gesù e noi. Mi prende il dubbio a volte che le parole, le nostre con Gesù, si siano come fossilizzate. Oggi tutti noi al pozzo a ricordare una cosa preziosa il nostro bisogno dell’acqua di Gesù: che non ci accada sventuratamente di spegnere o affievolire in noi la nostra sete di lui, della sua parola, la benedizione della sosta al pozzo. Benedizione delle benedizioni la sosta al pozzo dell’acqua viva, il nuovo dell’acqua..
“Dammi da bere” svela però anche una verità poco ricordata, per alcuni quasi ombra di eresia: un bisogno in Dio. Un bisogno, una sete in Gesù: sete di incontri veri, di amore, si apre un orizzonte poco esplorato. Che ho trovato, per dono di un’amica, in un commento di Don Divo Barsotti. Ecco uno stralcio, lungo, ma luminoso: “La cosa più grande nell’amore di Dio non è il fatto che Egli ci ama, ma il fatto che Egli ci chiede l’amore, quasi non potesse fare a meno di quello che noi possiamo dare a Lui. Colui che è l’Infinito, Colui che è l’Eterno, Colui che è sufficiente a se stesso, stanco, riposa sull’orlo di un pozzo. Sono parole vere. Gesù non è stanco per gioco: ha camminato. Egli si è fatto uomo per conoscere la nostra debolezza, la nostra povertà. Dio anche per noi si fa presente nei nostri fratelli, vive nella nostra povera vita. Non dobbiamo credere di poter trovare Dio senza queste vesti di umiltà di cui Egli si è rivestito. Come tante volte noi ci inganniamo a proposito del Signore! Noi lo vogliamo vedere rivestito di gloria, vogliamo incontrarci con Lui sfavillante di luce, vogliamo ascoltare la sua parola come la parola di un grande maestro ascoltato da tutti gli uomini. In realtà viene a noi, Signore sempre, sotto le vesti del pellegrino, del povero […].Il Signore viene sempre sotto le vesti dell’umiltà. Noi dobbiamo saperlo accogliere sotto queste medesime vesti e noi dobbiamo stabilire con Lui un rapporto di amore nella fede, sapendo riconoscerlo negli avvenimenti più umili, nella povertà di una nostra condizione umana che non conosce davvero ancora la gloria che ci aspetterà domani”.
E non era forse questo che andava intuendo la donna del pozzo? Che quello non era un Rabbi qualunque: lei era nei suoi occhi. Nei suoi occhi così come era. Così non era mai stata negli occhi di nessuno. Ora poi sconvolgendo ataviche tradizioni lo sentiva dire che non era problema adorare Dio su un monte o su un altro, ma in spirito e verità. Lei un Messia lo avrebbe sognato così. Le dice Gesù: “Sono io, che parlo con te”. In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Dialogo interrotto. Interrotto su parole imperdibili: “Sono io, che parlo con te”. Un altro paese i discepoli: loro erano su un altro piano, loro erano rimasti al cibo. Lui aveva in mente altro: portare acqua e far fiorire, per questo il Padre lo aveva mandato. Lui, che di natura era un sognatore, in quella donna aveva intravisto un fiorire di campi. Invitò i discepoli ad alzare lo sguardo: ”Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Per il momento a sognare rimase solo lui. Ci sarebbe voluto del tempo. Potrebbe capitare anche a noi oggi. Di non farci compagni di sogni, quando sono proprio i sogni a farci camminare. Dal pozzo era venuto gorgogliare di acqua, ma anche un fremere di passi, la donna andò in città e fu un passaparola, poi un’accoglienza inimmaginabile. E non sarà vero anche per oggi? Un semplice passaparola.
E poi? E poi che cosa sappiamo della samaritana? Lo sa Lui, e ci basta. Lui ha visto campi biondeggiare.

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(Omelia del 25.02.2024 – seconda Domenica di Quaresima)

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Che cosa si può dire? Ci si può solo innamorare. Anche di un racconto.
E gli squarci, su quel mezzogiorno al pozzo, sono a non finire. Incontro imprevedibile e ti restano pulite le parole, gli sguardi, il pozzo, il sole. Niente e nessuno mai a impolverarli, imperdibili. Accade quasi sempre quando, ad accendere sguardi e parole, è l’amore o qualcosa che gli assomiglia. Qui accade.
E da subito nel racconto una mezza bugia. Gesù decide di ritornare dalla Giudea in Galilea, tre giorni di cammino. E’ scritto: ”Doveva perciò attraversare la Samaria”. No, non era necessario attraversarla: poteva passare lungo la valle del Giordano; così avrebbe evitato il passaggio in un territorio ostile, terra di eretici. “Doveva”: era una necessita di cuore.
E poi lui non era certo il rabbi delle cose ovvie. Che fosse uno fuori dal sistema, un po’ se ne era accorto Nicodemo, nell’incontro che precede il nostro, un incontro nella notte, ma in casa, ancora in terra dei puri. Ora è come lo spingesse desiderio di andare fuori dai recinti e scoprire che cosa c’è al di là. Siamo all’aria aperta, in terra cosiddetta impura, presso un pozzo di tutti. Come se si sentisse fatto per altre storie: anche lui ha la sua storia da spartire, come la donna. Tutti abbiamo storie da spartire.
Non c’è cattedra, c’è pozzo. Le parole che aprono – “Dammi da bere” – sembrano da subito un pretesto, per altro: perché accada un incontro. Dove lo spazio ha una sua intimità. Loro due. I discepoli nemmeno nominati, compaiono alla fine. Non è una lezione, è un gorgogliare d’acqua, acqua come quella spumeggiante dei torrenti, che non è lineare, devia, poi riprende, spontanea. Così l’acqua tra Gesù e la donna samaritana. Tra Gesù e noi. Mi prende il dubbio a volte che le parole, le nostre con Gesù, si siano come fossilizzate. Oggi tutti noi al pozzo a ricordare una cosa preziosa il nostro bisogno dell’acqua di Gesù: che non ci accada sventuratamente di spegnere o affievolire in noi la nostra sete di lui, della sua parola, la benedizione della sosta al pozzo. Benedizione delle benedizioni la sosta al pozzo dell’acqua viva, il nuovo dell’acqua..
“Dammi da bere” svela però anche una verità poco ricordata, per alcuni quasi ombra di eresia: un bisogno in Dio. Un bisogno, una sete in Gesù: sete di incontri veri, di amore, si apre un orizzonte poco esplorato. Che ho trovato, per dono di un’amica, in un commento di Don Divo Barsotti. Ecco uno stralcio, lungo, ma luminoso: “La cosa più grande nell’amore di Dio non è il fatto che Egli ci ama, ma il fatto che Egli ci chiede l’amore, quasi non potesse fare a meno di quello che noi possiamo dare a Lui. Colui che è l’Infinito, Colui che è l’Eterno, Colui che è sufficiente a se stesso, stanco, riposa sull’orlo di un pozzo. Sono parole vere. Gesù non è stanco per gioco: ha camminato. Egli si è fatto uomo per conoscere la nostra debolezza, la nostra povertà. Dio anche per noi si fa presente nei nostri fratelli, vive nella nostra povera vita. Non dobbiamo credere di poter trovare Dio senza queste vesti di umiltà di cui Egli si è rivestito. Come tante volte noi ci inganniamo a proposito del Signore! Noi lo vogliamo vedere rivestito di gloria, vogliamo incontrarci con Lui sfavillante di luce, vogliamo ascoltare la sua parola come la parola di un grande maestro ascoltato da tutti gli uomini. In realtà viene a noi, Signore sempre, sotto le vesti del pellegrino, del povero […].Il Signore viene sempre sotto le vesti dell’umiltà. Noi dobbiamo saperlo accogliere sotto queste medesime vesti e noi dobbiamo stabilire con Lui un rapporto di amore nella fede, sapendo riconoscerlo negli avvenimenti più umili, nella povertà di una nostra condizione umana che non conosce davvero ancora la gloria che ci aspetterà domani”.
E non era forse questo che andava intuendo la donna del pozzo? Che quello non era un Rabbi qualunque: lei era nei suoi occhi. Nei suoi occhi così come era. Così non era mai stata negli occhi di nessuno. Ora poi sconvolgendo ataviche tradizioni lo sentiva dire che non era problema adorare Dio su un monte o su un altro, ma in spirito e verità. Lei un Messia lo avrebbe sognato così. Le dice Gesù: “Sono io, che parlo con te”. In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Dialogo interrotto. Interrotto su parole imperdibili: “Sono io, che parlo con te”. Un altro paese i discepoli: loro erano su un altro piano, loro erano rimasti al cibo. Lui aveva in mente altro: portare acqua e far fiorire, per questo il Padre lo aveva mandato. Lui, che di natura era un sognatore, in quella donna aveva intravisto un fiorire di campi. Invitò i discepoli ad alzare lo sguardo: ”Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Per il momento a sognare rimase solo lui. Ci sarebbe voluto del tempo. Potrebbe capitare anche a noi oggi. Di non farci compagni di sogni, quando sono proprio i sogni a farci camminare. Dal pozzo era venuto gorgogliare di acqua, ma anche un fremere di passi, la donna andò in città e fu un passaparola, poi un’accoglienza inimmaginabile. E non sarà vero anche per oggi? Un semplice passaparola.
E poi? E poi che cosa sappiamo della samaritana? Lo sa Lui, e ci basta. Lui ha visto campi biondeggiare.

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