DESK E MEDIE

(Omelia del 22.01.2023 – terza Domenica dopo l’Epifania)

Se il dono dell’acqua e del vino, la scorsa settimana, è stato un appello alla fiducia ed alla gioia, oggi il pane, poco ma poi diviene sovrabbondante, ci sposta su un altro versante. Le difficoltà di affrontare nuove mete e nuove fatiche, fa spesso dire che “si stava meglio quando si stava peggio”; lo dissero anche gli ebrei durante le giornate dure dell’avvicinamento alla nuova terra. Non è che prima fossero rose e fiori sotto il dominio del faraone, però la pentola della carne fumava e si dormiva con la pancia piena: sempre meglio degli stenti nel deserto. Il rimpianto delle belle cose del passato insieme alla cancellazione di quelle terribili, è una manfrina che si ripete sempre anche ai nostri giorni e denuncia l’insidiosa tendenza alla passività.
Noto, però, una differenza sostanziale fra l’atteggiamento del popolo di Mosè, deluso da un futuro che appare evanescente e lontanissimo e quello della folla che segue Gesù: gli ascoltatori del maestro di Nazareth certamente hanno sentito arricciarsi lo stomaco al calar del sole, ma l’incanto davanti alla figura e alle parole di Gesù aveva quasi fatto dimenticare il bisogno fisico del cibo; semmai erano gli amici più vicini al maestro che volevano chiudere la giornata, perché stanchi e forse anche affamati. Il loro servizio al maestro incominciava a rivelarsi lavoro pesante. “Congeda la folla”, gli suggeriscono. E poi arriva il miracolo. Tornerà più volte il tema del pane nel vangelo: sentiremo parlare di cibo materiale e di pane spirituale; ci verrà richiesto di non considerare mai il pane come una proprietà personale ma come un bene da condividere: anzi come l’avvio di un vivere conviviale dove il pane di uno è il pane di tutti e dove l’obiettivo non sarà l’ingrasso ma la comunione. E alla fine il testo dell’evangelista Giovanni arriverà a riportare tutto un lungo discorso del Signore sul pane nel quale egli stesso si definisce, suscitando perplessità e abbandoni, “pane disceso dal cielo”, la nuova e definitiva manna.
Penso che queste letture contengano una grave provocazione per il nostro oggi. Viviamo spesso questo presente irto di problemi e continuiamo a rimpiangere come gli ebrei la pentola della carne in terra di schiavitù. Protestiamo contro Dio perché la crisi ci impoverisce e i risparmi si assottigliano? Oppure sospettiamo che Lui sia finito chissà dove e quindi riteniamo nostro diritto vivere “come se”. Che ne abbiamo fatto di quei cinque pani e di quei due pesci? Forse li abbiamo nascosti perché non sparissero anche quelli. Mi ritorna in mente la parabola dei talenti: qualcuno, le proprie risorse, le ha messe in campo e ha fatto cose belle; altri decidono che il rischio di fare con la propria vita scelte che la aprono al non ancora noto sia troppo pericoloso e allora si chiudono in disparte. La gravità del gesto di sottrarsi all’impegno, non sta tanto nella mancanza di responsabilità o nella svogliatezza: penso invece consista nel non aver avuto fiducia, nel non credere che quelle risorse avessero dentro di sé forze straordinarie, nascoste e potenti. Quante e quali erano le risorse del piccolo gruppo dei discepoli? Subito hanno capito che bisognava appoggiarsi non a bravi manager o a abili strateghi della comunicazione: la piccolezza e la sproporzione rispetto al compito non spaventavano né scoraggiavano perché dall’Alto del Cielo le risorse venivano moltiplicate.
La Chiesa contemporanea, erede di quella primitiva sparuta compagine, vive un drammatico momento: come se si fosse accodata al sistema economico del mondo, il Papa continua a ripetere che il potere materiale allontana da Gesù, che la corsa verso di esso non fa altro che produrre devastazione fra gli uomini e danni enormi alla terra. Eppure la forza rivoluzionaria ed eversiva del Vangelo, là dove è vivacemente e integralmente presente, è vissuta come pericolo e combattuta: il rapporto sulle comunità cristiane perseguitate e cancellate dalla violenza parla di numeri impressionanti (serva come esempio l’immagine della chiesa distrutta e bruciata in Myanmar; mentre un amico missionario in Niger ci scrive della continua minaccia delle incursioni nei villaggi cristiani delle bande di Boko Haram).
I cinque pani e i due pesciolini, sono l’emblema dell’impotenza attuale di chi è stanco e scoraggiato di fronte al pane abbondante ma avvelenato che si consuma ovunque.

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(Omelia del 22.01.2023 – terza Domenica dopo l’Epifania)

Se il dono dell’acqua e del vino, la scorsa settimana, è stato un appello alla fiducia ed alla gioia, oggi il pane, poco ma poi diviene sovrabbondante, ci sposta su un altro versante. Le difficoltà di affrontare nuove mete e nuove fatiche, fa spesso dire che “si stava meglio quando si stava peggio”; lo dissero anche gli ebrei durante le giornate dure dell’avvicinamento alla nuova terra. Non è che prima fossero rose e fiori sotto il dominio del faraone, però la pentola della carne fumava e si dormiva con la pancia piena: sempre meglio degli stenti nel deserto. Il rimpianto delle belle cose del passato insieme alla cancellazione di quelle terribili, è una manfrina che si ripete sempre anche ai nostri giorni e denuncia l’insidiosa tendenza alla passività.
Noto, però, una differenza sostanziale fra l’atteggiamento del popolo di Mosè, deluso da un futuro che appare evanescente e lontanissimo e quello della folla che segue Gesù: gli ascoltatori del maestro di Nazareth certamente hanno sentito arricciarsi lo stomaco al calar del sole, ma l’incanto davanti alla figura e alle parole di Gesù aveva quasi fatto dimenticare il bisogno fisico del cibo; semmai erano gli amici più vicini al maestro che volevano chiudere la giornata, perché stanchi e forse anche affamati. Il loro servizio al maestro incominciava a rivelarsi lavoro pesante. “Congeda la folla”, gli suggeriscono. E poi arriva il miracolo. Tornerà più volte il tema del pane nel vangelo: sentiremo parlare di cibo materiale e di pane spirituale; ci verrà richiesto di non considerare mai il pane come una proprietà personale ma come un bene da condividere: anzi come l’avvio di un vivere conviviale dove il pane di uno è il pane di tutti e dove l’obiettivo non sarà l’ingrasso ma la comunione. E alla fine il testo dell’evangelista Giovanni arriverà a riportare tutto un lungo discorso del Signore sul pane nel quale egli stesso si definisce, suscitando perplessità e abbandoni, “pane disceso dal cielo”, la nuova e definitiva manna.
Penso che queste letture contengano una grave provocazione per il nostro oggi. Viviamo spesso questo presente irto di problemi e continuiamo a rimpiangere come gli ebrei la pentola della carne in terra di schiavitù. Protestiamo contro Dio perché la crisi ci impoverisce e i risparmi si assottigliano? Oppure sospettiamo che Lui sia finito chissà dove e quindi riteniamo nostro diritto vivere “come se”. Che ne abbiamo fatto di quei cinque pani e di quei due pesci? Forse li abbiamo nascosti perché non sparissero anche quelli. Mi ritorna in mente la parabola dei talenti: qualcuno, le proprie risorse, le ha messe in campo e ha fatto cose belle; altri decidono che il rischio di fare con la propria vita scelte che la aprono al non ancora noto sia troppo pericoloso e allora si chiudono in disparte. La gravità del gesto di sottrarsi all’impegno, non sta tanto nella mancanza di responsabilità o nella svogliatezza: penso invece consista nel non aver avuto fiducia, nel non credere che quelle risorse avessero dentro di sé forze straordinarie, nascoste e potenti. Quante e quali erano le risorse del piccolo gruppo dei discepoli? Subito hanno capito che bisognava appoggiarsi non a bravi manager o a abili strateghi della comunicazione: la piccolezza e la sproporzione rispetto al compito non spaventavano né scoraggiavano perché dall’Alto del Cielo le risorse venivano moltiplicate.
La Chiesa contemporanea, erede di quella primitiva sparuta compagine, vive un drammatico momento: come se si fosse accodata al sistema economico del mondo, il Papa continua a ripetere che il potere materiale allontana da Gesù, che la corsa verso di esso non fa altro che produrre devastazione fra gli uomini e danni enormi alla terra. Eppure la forza rivoluzionaria ed eversiva del Vangelo, là dove è vivacemente e integralmente presente, è vissuta come pericolo e combattuta: il rapporto sulle comunità cristiane perseguitate e cancellate dalla violenza parla di numeri impressionanti (serva come esempio l’immagine della chiesa distrutta e bruciata in Myanmar; mentre un amico missionario in Niger ci scrive della continua minaccia delle incursioni nei villaggi cristiani delle bande di Boko Haram).
I cinque pani e i due pesciolini, sono l’emblema dell’impotenza attuale di chi è stanco e scoraggiato di fronte al pane abbondante ma avvelenato che si consuma ovunque.

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