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Omelia del 12.01.2025 – Battesimo del Signore

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Dopo l’adorazione dei Magi, trent’anni di silenzio, vita nascosta a Nazareth, vita da “figlio del falegname”, un bravo giovane che lavora e studia, frequenta la sinagoga. Inizia sulle sponde del Giordano un nuovo tempo: la vita pubblica. Ma non ha abbandonato la scelta di evitare chiasso, di non voler apparire a tutti i costi: si infila fra la gente, sta in mezzo al popolo, uno come gli altri.
La folla che si accalca vicino al luogo dove sta il Battista freme ed è percorsa da tanti pensieri; è gente stanca e provata, gente povera e oppressa, ma il vangelo dice che era in attesa. Di che cosa, ci chiediamo. La figura del profeta severo, che predica in modo quasi violento e denuncia il male diffuso nelle alte sfere e nel popolo stesso, risveglia sogni messianici; l’attesa riguarda dunque il messia. È molto importante soffermarsi su questo risveglio e su questa voglia di nuovo. Nei periodi in cui i popoli soffrono a causa di dominazioni che tolgono la libertà e impongono leggi oppressive, è facile vedere un atteggiamento di passività e rassegnazione; pensiamo ad esempio agli esuli ebrei in Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme: dopo cinquant’anni, non si sente quasi più parlare di un ritorno al glorioso passato e la gente pare si sia adeguata e appiattita su quella condizione senza rialzare la testa. Ma poi accade qualcosa che improvvisamente riaccende speranze ed è sempre una voce profetica che scuote e rincuora: allora, come si legge nella prima lettura, è la voce di Isaia o di un suo discepolo, mentre adesso a scaldare gli animi è il Battista. Questi si affretta però a chiarire che lui è solo un annunciatore e non l’annunciato, il che paradossalmente incuriosisce ancor di più: chi sarà allora il messia?
È uno che si nasconde, che si avvicina al battesimo come tutti gli altri, ma il volo dello Spirito che si posa su di lui lo investe della missione di salvatore con una dichiarazione che però non credo sia stata percepita da molti. La voce al Giordano, se fosse stata udita da tutti indistintamente, avrebbe certamente scatenato reazioni forti e forse un immediato riconoscimento collettivo di Gesù come Messia. Tuttavia, il Vangelo ci mostra che il piano di Dio spesso si rivela gradualmente, rispettando i tempi e la disponibilità del cuore umano. Mi chiedo: anche noi come quella gente siamo in attesa di qualcuno che ci faccia uscire da tutti i guai che abbiamo creato in questo mondo, che pure era stato affidato alla nostra cura.
Dio parla ancora, in mille modi; non servono gesti eclatanti e miracoli straordinari. Il problema è che se anche i cieli si aprono e si sono aperti, le nostre anime rimangono chiuse. Le nostre antenne non percepiscono perché sono troppo disturbate e sono immerse in un mare di interferenze: preoccupazioni quotidiane, frenesia, informazioni continue, ricerca di potere, invasione della vita altrui, tutto ciò rischia di coprire quella voce sottile e preziosa che ci chiama.
Eppure se noi siamo consapevoli di questa “distorsione” è già un passo importante. Come il popolo al tempo di Gesù, anche noi possiamo imparare a riconoscere la presenza divina nei piccoli gesti, nelle parole che ci toccano, negli eventi che ci sorprendono, magari senza clamore. Nonostante il “rumore”, Dio continua a parlare: sta a noi trovare momenti di silenzio per sintonizzarci.
Nella sua lettera pastorale di quest’anno, l’arcivescovo Delpini, trattando il tema del Giubileo, raccomanda che gennaio sia un mese “sabbatico”; shabat nella Bibbia non vuol dire riposo o riposare: indica semplicemente sospensione, fare un passo indietro. Ecco: il richiamo del vescovo è un invito a fermare ciò che è troppo e che toglie spazio alla crescita interiore, unica via alla pace fra i singoli e fra i popoli.

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Omelia del 12.01.2025 – Battesimo del Signore

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Dopo l’adorazione dei Magi, trent’anni di silenzio, vita nascosta a Nazareth, vita da “figlio del falegname”, un bravo giovane che lavora e studia, frequenta la sinagoga. Inizia sulle sponde del Giordano un nuovo tempo: la vita pubblica. Ma non ha abbandonato la scelta di evitare chiasso, di non voler apparire a tutti i costi: si infila fra la gente, sta in mezzo al popolo, uno come gli altri.
La folla che si accalca vicino al luogo dove sta il Battista freme ed è percorsa da tanti pensieri; è gente stanca e provata, gente povera e oppressa, ma il vangelo dice che era in attesa. Di che cosa, ci chiediamo. La figura del profeta severo, che predica in modo quasi violento e denuncia il male diffuso nelle alte sfere e nel popolo stesso, risveglia sogni messianici; l’attesa riguarda dunque il messia. È molto importante soffermarsi su questo risveglio e su questa voglia di nuovo. Nei periodi in cui i popoli soffrono a causa di dominazioni che tolgono la libertà e impongono leggi oppressive, è facile vedere un atteggiamento di passività e rassegnazione; pensiamo ad esempio agli esuli ebrei in Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme: dopo cinquant’anni, non si sente quasi più parlare di un ritorno al glorioso passato e la gente pare si sia adeguata e appiattita su quella condizione senza rialzare la testa. Ma poi accade qualcosa che improvvisamente riaccende speranze ed è sempre una voce profetica che scuote e rincuora: allora, come si legge nella prima lettura, è la voce di Isaia o di un suo discepolo, mentre adesso a scaldare gli animi è il Battista. Questi si affretta però a chiarire che lui è solo un annunciatore e non l’annunciato, il che paradossalmente incuriosisce ancor di più: chi sarà allora il messia?
È uno che si nasconde, che si avvicina al battesimo come tutti gli altri, ma il volo dello Spirito che si posa su di lui lo investe della missione di salvatore con una dichiarazione che però non credo sia stata percepita da molti. La voce al Giordano, se fosse stata udita da tutti indistintamente, avrebbe certamente scatenato reazioni forti e forse un immediato riconoscimento collettivo di Gesù come Messia. Tuttavia, il Vangelo ci mostra che il piano di Dio spesso si rivela gradualmente, rispettando i tempi e la disponibilità del cuore umano. Mi chiedo: anche noi come quella gente siamo in attesa di qualcuno che ci faccia uscire da tutti i guai che abbiamo creato in questo mondo, che pure era stato affidato alla nostra cura.
Dio parla ancora, in mille modi; non servono gesti eclatanti e miracoli straordinari. Il problema è che se anche i cieli si aprono e si sono aperti, le nostre anime rimangono chiuse. Le nostre antenne non percepiscono perché sono troppo disturbate e sono immerse in un mare di interferenze: preoccupazioni quotidiane, frenesia, informazioni continue, ricerca di potere, invasione della vita altrui, tutto ciò rischia di coprire quella voce sottile e preziosa che ci chiama.
Eppure se noi siamo consapevoli di questa “distorsione” è già un passo importante. Come il popolo al tempo di Gesù, anche noi possiamo imparare a riconoscere la presenza divina nei piccoli gesti, nelle parole che ci toccano, negli eventi che ci sorprendono, magari senza clamore. Nonostante il “rumore”, Dio continua a parlare: sta a noi trovare momenti di silenzio per sintonizzarci.
Nella sua lettera pastorale di quest’anno, l’arcivescovo Delpini, trattando il tema del Giubileo, raccomanda che gennaio sia un mese “sabbatico”; shabat nella Bibbia non vuol dire riposo o riposare: indica semplicemente sospensione, fare un passo indietro. Ecco: il richiamo del vescovo è un invito a fermare ciò che è troppo e che toglie spazio alla crescita interiore, unica via alla pace fra i singoli e fra i popoli.

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