DESK E MEDIE
Omelia del 31.05.2026 – Santissima Trinità
Per evitare di cadere nella depressione conseguente alla nostra incapacità di essere interpreti seri della rivelazione trinitaria, diciamo che non capiamo proprio nulla di che cosa significhi la parola Trinità. La riflessione teologica, le elucubrazioni dei più sottili pensatori per quanto devoti siano, riescono spesso a metterci in testa che Dio deve essere qualcosa di più semplice di quello che ci viene insegnato nelle scuole di teologia; al tempo stesso dobbiamo farci consapevoli della nostra piccolezza e della divina straordinaria trascendenza.
La grande festa dei cinquanta giorni o delle sette settimane, la Pentecoste ci aveva raggiunti domenica scorsa per rassicurarci sul cammino futuro di discepoli: non soli e abbandonati da uno che è asceso al cielo, ma in piena compagnia dello Spirito che ci ha soffiato dentro le nostre anime.
Quindi conclusa la celebrazione dei cicli cristologici, ora possiamo sostare a riflettere un po’ con calma sull’identità vera del Dio che i testi biblici hanno presentato.
Dobbiamo riconoscere che i libri del primo testamento non ci aiutano molto; sembrano tanto lontani dal Dio che Gesù chiama papà. È troppo interventista ed ha un rapporto contraddittorio e contrastato con quel popolo che ha voluto scegliere. Questa predilezione porta Dio a far cadere i nemici degli ebrei ma poi egli si inquieta perché le sue attenzioni e favori non vengono corrisposti in modo adeguato. Assomiglia tanto ai personaggi dell’Olimpo pagano che si comportano in modo poco divino e molto umano. Non sappiamo
dire molto di questo suo agire a pro di qualcuno e contro altri; oggi per noi, in tempo di guerra, risulta ancora più misterioso ed incomprensibile.
Eppure la voce che esce dal cespuglio indica progetti precisi per quella gente schiava dei faraoni. Lo spaventato Mosè, in fuga dopo di aver ucciso un egiziano per difendere i connazionali, dice di aver bisogno di sapere con chi ha a che fare: ci vuole un nome. E qui bisogna dire che la risposta è davvero ispirata e di alto livello: un nome fatto di quattro segni alfabetici la cui traduzione è difficilissima e lascia aperti vari significati. Da Erry De Luca che propone “io sono colui che sarò”, al nostro msg. Borgonovo che dice “il Presente che c’è”, fino a tutte le bibbie recenti che si soffermano sulla prima parte della risposta “io sono colui che sono”, che poi si riduce al semplice “io sono”.
Chissà quante volte nella nostra preghiera ci siamo sentiti spaventati come Mosè; ci siamo messi davanti a Dio nell’orazione e non abbiamo saputo obbedire alla richiesta di toglierci i sandali (i musulmani lo fanno ancora oggi entrando in moschea). Quante volte ci è salito in gola il grido “come ti chiami, chi sei?”. Siamo stolti perché non abbiamo capito la croce. Lo aveva precisato con decisione, dicendo che quando sarebbe stato innalzato avrebbe tutti attirato a sé! Da quell’altare, trono, albero fiorito, ci ha detto il nome; non lo ha detto con un misterioso tetragramma ma con la vita offerta ed il nome è proprio bello, “amore”.
Sì, perché colui che è da sempre e che ci ha voluto creare a sua immagine, alla fine ha deciso di indossare questa nostra esistenza e di camminare al nostro fianco. Sarò con voi, disse, e lo sarò per sempre, anche se per la nostra poca fede non ci capita spesso di percepirne la presenza.
MOBILE
Omelia del 31.05.2026 – Santissima Trinità
Per evitare di cadere nella depressione conseguente alla nostra incapacità di essere interpreti seri della rivelazione trinitaria, diciamo che non capiamo proprio nulla di che cosa significhi la parola Trinità. La riflessione teologica, le elucubrazioni dei più sottili pensatori per quanto devoti siano, riescono spesso a metterci in testa che Dio deve essere qualcosa di più semplice di quello che ci viene insegnato nelle scuole di teologia; al tempo stesso dobbiamo farci consapevoli della nostra piccolezza e della divina straordinaria trascendenza.
La grande festa dei cinquanta giorni o delle sette settimane, la Pentecoste ci aveva raggiunti domenica scorsa per rassicurarci sul cammino futuro di discepoli: non soli e abbandonati da uno che è asceso al cielo, ma in piena compagnia dello Spirito che ci ha soffiato dentro le nostre anime.
Quindi conclusa la celebrazione dei cicli cristologici, ora possiamo sostare a riflettere un po’ con calma sull’identità vera del Dio che i testi biblici hanno presentato.
Dobbiamo riconoscere che i libri del primo testamento non ci aiutano molto; sembrano tanto lontani dal Dio che Gesù chiama papà. È troppo interventista ed ha un rapporto contraddittorio e contrastato con quel popolo che ha voluto scegliere. Questa predilezione porta Dio a far cadere i nemici degli ebrei ma poi egli si inquieta perché le sue attenzioni e favori non vengono corrisposti in modo adeguato. Assomiglia tanto ai personaggi dell’Olimpo pagano che si comportano in modo poco divino e molto umano. Non sappiamo
dire molto di questo suo agire a pro di qualcuno e contro altri; oggi per noi, in tempo di guerra, risulta ancora più misterioso ed incomprensibile.
Eppure la voce che esce dal cespuglio indica progetti precisi per quella gente schiava dei faraoni. Lo spaventato Mosè, in fuga dopo di aver ucciso un egiziano per difendere i connazionali, dice di aver bisogno di sapere con chi ha a che fare: ci vuole un nome. E qui bisogna dire che la risposta è davvero ispirata e di alto livello: un nome fatto di quattro segni alfabetici la cui traduzione è difficilissima e lascia aperti vari significati. Da Erry De Luca che propone “io sono colui che sarò”, al nostro msg. Borgonovo che dice “il Presente che c’è”, fino a tutte le bibbie recenti che si soffermano sulla prima parte della risposta “io sono colui che sono”, che poi si riduce al semplice “io sono”.
Chissà quante volte nella nostra preghiera ci siamo sentiti spaventati come Mosè; ci siamo messi davanti a Dio nell’orazione e non abbiamo saputo obbedire alla richiesta di toglierci i sandali (i musulmani lo fanno ancora oggi entrando in moschea). Quante volte ci è salito in gola il grido “come ti chiami, chi sei?”. Siamo stolti perché non abbiamo capito la croce. Lo aveva precisato con decisione, dicendo che quando sarebbe stato innalzato avrebbe tutti attirato a sé! Da quell’altare, trono, albero fiorito, ci ha detto il nome; non lo ha detto con un misterioso tetragramma ma con la vita offerta ed il nome è proprio bello, “amore”.
Sì, perché colui che è da sempre e che ci ha voluto creare a sua immagine, alla fine ha deciso di indossare questa nostra esistenza e di camminare al nostro fianco. Sarò con voi, disse, e lo sarò per sempre, anche se per la nostra poca fede non ci capita spesso di percepirne la presenza.







