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04.01.2026 – Domenica dopo il Natale del Signore

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Ritorna. Ritorna in paese, Gesù fa ritorno a Nazaret. Il brano del vangelo di Luca sembra finire con gli applausi in sinagoga; è semplicemente l’opposto. Nella lettura il brano è stato bruscamente tagliato. Ecco la conclusione: “Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea”.

Aveva dato concretezza alla sua missione; e agli occhi dei concittadini sembrava quasi un altro. Ritorna là dove era cresciuto: pensate quanti anni, da quando lo vedevano giocare per le strade; non che non si fosse mai allontanato, ma questa volta sembrava un distacco definitivo. Via dal Giordano, non era più tornato in paese, ma erano giunte voci. Luca annota: “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode”.

Ed ora è voce che è arrivato, l’attesa è al sommo grado, tutti curiosi di capire. Ma già con una esitazione dentro che sfiora il pregiudizio e Gesù a rinfacciargliela: “Dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso»”.

Per loro doveva essere quello che avevano presunto di aver conosciuto. E poi che fosse il figlio di Giuseppe ad arrogarsi il privilegio di quella missione! E un’altra cosa ancora era per loro insopportabile: che, nel caso fosse, non avesse cominciato da loro, non avesse fatto di Nazaret il centro propulsore, che anzi fosse andato a metter su casa a Cafarnao. Ed ecco lo sentono in Sinagoga attribuire a se stesso parole di Isaia, con la libertà persino di purgarne la versione in un passaggio forse troppo minaccioso, nessun cenno a “il giorno di vendetta del nostro Dio”.

E Gesù di rimando a contrapporre alla restrizione l’allargamento. Parla loro di un Dio che ha premura e cuore per stranieri, ricorda loro la vedova di Sarepta che accoglie il profeta Eliseo e Naamàn, il Siro, guarito dal suo male nelle acque del fiume.
Era come scoperchiasse tetti e scardinasse porte, per dire una liberazione per tutti: e asciugare lacrime su ogni volto, aprire il tempo della grazia, del gratuito, del perdono, spalancare la porta della misericordia: “Aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore»”.

Gesù si autopresenta con queste parole che illuminano un viso. Voi mi capite: non si può dire il nome di Gesù se non allargando, contro ogni restringimento. Una nuova sapienza del vivere. In lui abita la sapienza di Dio che, al dire del Siracide, ha lasciato tracce su tutta la terra: ”Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio”.

E’ bello dire Gesù; ma dire il suo nome e cantare la restrizione è come il tentativo di gettarlo dal ciglio del monte: “Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea”.
Divago, forse divago. Ma se dire Gesù è dire no alla restrizione e sì alla dilatazione degli orizzonti, quanto bisogno avremmo oggi di veri credenti in lui, portatori di questa sapienza, così da poter fare, tutti insieme, un mosaico delle sapienze che abitano il mondo. Portiamo con Gesù un tesoro, a volte lo scoloriamo. E purtroppo annoiamo.

Mi accadde di pensarlo lo scorso maggio, colpito dalle parole di uno scrittore, non credente, Maurizio Maggiani, che in un articolo di giornale riandava alle pievi di un tempo, come invidiandone il dono di umanità di cui erano fonte popolare. Mi sembra bello dargli voce, pensando a Gesù che ha dato voce alla vedova di Sarepta e a Naamàn, il Siro.

Sono parole di una preziosità da non perdere, purtroppo ritaglio. Maurizio Maggiani si chiede che diritto ha lui di parlarne: “Ma con che diritto parlo di tutto questo io che non appartengo alla chiesa cattolica né ad alcuna chiesa costituita? Che ardisco dirmi cristiano perché riconosco la profezia nella predicazione di Gesù, ma non riconosco il Padre suo; non mi è dato il dono della fede?”

Ha sospetto che il suo parlare delle pievi antiche venga da un sentimento di invidia. Scrive: “La ragione è l’invidia, e l’invidia non è certo un buon diritto, ma pur sempre un umano sentimento, nello specifico di struggente nostalgia per ciò che ho perduto o che mi sono illuso di avere per poterlo poi perdere. Un giorno via l’altro in questo tempo di distruzioni mi consuma la malattia della solitudine; la mia ecclesia è dispersa, sono un uomo che non ha più una casa da abitare, una pieve in cui ripararsi e ristorarsi, in cui incontrare i miei fratelli, aprire con loro il Libro della buona notizia, spartirsi il pane, bere dallo stesso bicchiere in memoria di ciò che ci ha fatto incontrare, riviverne le ragioni e contemplarne in questo il sacro soggiacente, agire facendocene testimoni” .

Mi commuovo. Al pensiero di dove oggi siamo attesi. E dove siamo?

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Ritorna. Ritorna in paese, Gesù fa ritorno a Nazaret. Il brano del vangelo di Luca sembra finire con gli applausi in sinagoga; è semplicemente l’opposto. Nella lettura il brano è stato bruscamente tagliato. Ecco la conclusione: “Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea”.

Aveva dato concretezza alla sua missione; e agli occhi dei concittadini sembrava quasi un altro. Ritorna là dove era cresciuto: pensate quanti anni, da quando lo vedevano giocare per le strade; non che non si fosse mai allontanato, ma questa volta sembrava un distacco definitivo. Via dal Giordano, non era più tornato in paese, ma erano giunte voci. Luca annota: “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode”.

Ed ora è voce che è arrivato, l’attesa è al sommo grado, tutti curiosi di capire. Ma già con una esitazione dentro che sfiora il pregiudizio e Gesù a rinfacciargliela: “Dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso»”.

Per loro doveva essere quello che avevano presunto di aver conosciuto. E poi che fosse il figlio di Giuseppe ad arrogarsi il privilegio di quella missione! E un’altra cosa ancora era per loro insopportabile: che, nel caso fosse, non avesse cominciato da loro, non avesse fatto di Nazaret il centro propulsore, che anzi fosse andato a metter su casa a Cafarnao. Ed ecco lo sentono in Sinagoga attribuire a se stesso parole di Isaia, con la libertà persino di purgarne la versione in un passaggio forse troppo minaccioso, nessun cenno a “il giorno di vendetta del nostro Dio”.

E Gesù di rimando a contrapporre alla restrizione l’allargamento. Parla loro di un Dio che ha premura e cuore per stranieri, ricorda loro la vedova di Sarepta che accoglie il profeta Eliseo e Naamàn, il Siro, guarito dal suo male nelle acque del fiume.
Era come scoperchiasse tetti e scardinasse porte, per dire una liberazione per tutti: e asciugare lacrime su ogni volto, aprire il tempo della grazia, del gratuito, del perdono, spalancare la porta della misericordia: “Aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore»”.

Gesù si autopresenta con queste parole che illuminano un viso. Voi mi capite: non si può dire il nome di Gesù se non allargando, contro ogni restringimento. Una nuova sapienza del vivere. In lui abita la sapienza di Dio che, al dire del Siracide, ha lasciato tracce su tutta la terra: ”Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio”.

E’ bello dire Gesù; ma dire il suo nome e cantare la restrizione è come il tentativo di gettarlo dal ciglio del monte: “Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea”.
Divago, forse divago. Ma se dire Gesù è dire no alla restrizione e sì alla dilatazione degli orizzonti, quanto bisogno avremmo oggi di veri credenti in lui, portatori di questa sapienza, così da poter fare, tutti insieme, un mosaico delle sapienze che abitano il mondo. Portiamo con Gesù un tesoro, a volte lo scoloriamo. E purtroppo annoiamo.

Mi accadde di pensarlo lo scorso maggio, colpito dalle parole di uno scrittore, non credente, Maurizio Maggiani, che in un articolo di giornale riandava alle pievi di un tempo, come invidiandone il dono di umanità di cui erano fonte popolare. Mi sembra bello dargli voce, pensando a Gesù che ha dato voce alla vedova di Sarepta e a Naamàn, il Siro.

Sono parole di una preziosità da non perdere, purtroppo ritaglio. Maurizio Maggiani si chiede che diritto ha lui di parlarne: “Ma con che diritto parlo di tutto questo io che non appartengo alla chiesa cattolica né ad alcuna chiesa costituita? Che ardisco dirmi cristiano perché riconosco la profezia nella predicazione di Gesù, ma non riconosco il Padre suo; non mi è dato il dono della fede?”

Ha sospetto che il suo parlare delle pievi antiche venga da un sentimento di invidia. Scrive: “La ragione è l’invidia, e l’invidia non è certo un buon diritto, ma pur sempre un umano sentimento, nello specifico di struggente nostalgia per ciò che ho perduto o che mi sono illuso di avere per poterlo poi perdere. Un giorno via l’altro in questo tempo di distruzioni mi consuma la malattia della solitudine; la mia ecclesia è dispersa, sono un uomo che non ha più una casa da abitare, una pieve in cui ripararsi e ristorarsi, in cui incontrare i miei fratelli, aprire con loro il Libro della buona notizia, spartirsi il pane, bere dallo stesso bicchiere in memoria di ciò che ci ha fatto incontrare, riviverne le ragioni e contemplarne in questo il sacro soggiacente, agire facendocene testimoni” .

Mi commuovo. Al pensiero di dove oggi siamo attesi. E dove siamo?

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