DESK E MEDIE

(Omelia del 30.10.2022 – Seconda domenica dopo la Dedicazione)

Davanti al cespuglio che bruciava senza consumarsi, Mosè era stato invitato dalla voce di Dio a togliersi i sandali; quel terreno era luogo santo e restarvi scalzi significava averlo riconosciuto: avvenimento tornato alla mente leggendo la parabola odierna dell’uomo che si presenta al banchetto senza abito di rito. Ovviamente l’intenzione di Gesù non era quella di dettare regole di bon ton, ma semplicemente di richiamare il fatto che l’atteggiamento esteriore della persona, il vestito ad esempio, è proiezione di quanto sta dentro all’animo di ciascuno. È anche vero che oggi la sempre più diffusa attitudine al vestire in modo casual, porta a smentire convenzioni ed etichetta; è frequente vedere entrare nelle nostre chiese persone che, osservando il loro abito, sembrano non distinguere la strada dal tempio. Il musulmano lascia le sue scarpe fuori dalla moschea, oltre a fare le abluzioni; è un modo per dire che bisogna lasciar fuori ogni sporcizia. Gesù con la nota dell’ospite malvestito invita ad entrare alla festa del regno con piena consapevolezza e con piena condivisione delle sue dimensioni.
Sentendo parlare di “regno dei cieli” potremmo essere tentati di pensare che Gesù si riferisse al tempo della vita eterna; sbagliato. Cito il biblista p. Maggi: “è importante considerare che Gesù parla di un regno dei cieli, non di un regno nei cieli. Non sta parlando dell’aldilà, ma della nuova società, la società alternativa che Dio vuole inaugurare su questa terra”. Ci sorprende il fatto che a questa nuova visione, scevra da arrivismi ed interessi personali, libera da aspirazioni di potere e successi, sia refrattario proprio il cuore dei responsabili della vita religiosa di quel tempo. Nella parabola, allora, la proposta di un’alternativa cambia destinatari: bisogna andare ai crocicchi delle strade che sono là dove si descrivono i margini del mondo che conta, le periferie diremmo oggi e invitare non come si dovesse dare un premio ai bravi e meritevoli, ma come un regalo che viene dalla generosità di Dio.
Un ordine, non semplicemente un invito, ci ha interpellato domenica scorsa: “Andate!”; nella nostra comunità quel giorno era presente il Vescovo della città e l’immagine di una festa era espressa dalla partecipazione intensa e gioiosa di molta gente. La parola del pastore e l’assemblea orante ci hanno detto che la missione va vista così come è presentata dal vangelo di oggi: un “messaggiare” l’invito al banchetto del Regno. Siamo adesso al momento in cui bisogna chiederci quali direzioni, quali parole, quali strumenti, quali conversioni dalla nostra routine esiga l’ordine ricevuto. Non riusciamo a vedere come a questo nostro mondo possiamo mostrare le coordinate del Regno proposto da Gesù; talvolta l’indifferenza, talaltra l’emarginazione, oppure in tanti posti anche la violenza fisica e non solo verbale ricacciano indietro il missionario. Ma il rifiuto più inaspettato è di coloro che prima hanno aderito, fra questi anche noi compresi, ma poi si sono lasciati travolgere da altre parole e da altri sistemi di vita.
In tutto questo però c’è un fatto clamoroso e sconvolgente le nostre logiche relazionali: il rifiuto non è l’ultimo atto, poiché il Padre non conosce pentimenti e la fedeltà alle promesse non è ritirata. Infatti l’invito esteso con sconfinata larghezza a chiunque è segno di una permanenza senza limiti di tempo e spazio della presenza di Gesù che appunto ci diceva domenica di voler restare con noi per sempre.

MOBILE

(Omelia del 30.10.2022 – Seconda domenica dopo la Dedicazione)

Davanti al cespuglio che bruciava senza consumarsi, Mosè era stato invitato dalla voce di Dio a togliersi i sandali; quel terreno era luogo santo e restarvi scalzi significava averlo riconosciuto: avvenimento tornato alla mente leggendo la parabola odierna dell’uomo che si presenta al banchetto senza abito di rito. Ovviamente l’intenzione di Gesù non era quella di dettare regole di bon ton, ma semplicemente di richiamare il fatto che l’atteggiamento esteriore della persona, il vestito ad esempio, è proiezione di quanto sta dentro all’animo di ciascuno. È anche vero che oggi la sempre più diffusa attitudine al vestire in modo casual, porta a smentire convenzioni ed etichetta; è frequente vedere entrare nelle nostre chiese persone che, osservando il loro abito, sembrano non distinguere la strada dal tempio. Il musulmano lascia le sue scarpe fuori dalla moschea, oltre a fare le abluzioni; è un modo per dire che bisogna lasciar fuori ogni sporcizia. Gesù con la nota dell’ospite malvestito invita ad entrare alla festa del regno con piena consapevolezza e con piena condivisione delle sue dimensioni.
Sentendo parlare di “regno dei cieli” potremmo essere tentati di pensare che Gesù si riferisse al tempo della vita eterna; sbagliato. Cito il biblista p. Maggi: “è importante considerare che Gesù parla di un regno dei cieli, non di un regno nei cieli. Non sta parlando dell’aldilà, ma della nuova società, la società alternativa che Dio vuole inaugurare su questa terra”. Ci sorprende il fatto che a questa nuova visione, scevra da arrivismi ed interessi personali, libera da aspirazioni di potere e successi, sia refrattario proprio il cuore dei responsabili della vita religiosa di quel tempo. Nella parabola, allora, la proposta di un’alternativa cambia destinatari: bisogna andare ai crocicchi delle strade che sono là dove si descrivono i margini del mondo che conta, le periferie diremmo oggi e invitare non come si dovesse dare un premio ai bravi e meritevoli, ma come un regalo che viene dalla generosità di Dio.
Un ordine, non semplicemente un invito, ci ha interpellato domenica scorsa: “Andate!”; nella nostra comunità quel giorno era presente il Vescovo della città e l’immagine di una festa era espressa dalla partecipazione intensa e gioiosa di molta gente. La parola del pastore e l’assemblea orante ci hanno detto che la missione va vista così come è presentata dal vangelo di oggi: un “messaggiare” l’invito al banchetto del Regno. Siamo adesso al momento in cui bisogna chiederci quali direzioni, quali parole, quali strumenti, quali conversioni dalla nostra routine esiga l’ordine ricevuto. Non riusciamo a vedere come a questo nostro mondo possiamo mostrare le coordinate del Regno proposto da Gesù; talvolta l’indifferenza, talaltra l’emarginazione, oppure in tanti posti anche la violenza fisica e non solo verbale ricacciano indietro il missionario. Ma il rifiuto più inaspettato è di coloro che prima hanno aderito, fra questi anche noi compresi, ma poi si sono lasciati travolgere da altre parole e da altri sistemi di vita.
In tutto questo però c’è un fatto clamoroso e sconvolgente le nostre logiche relazionali: il rifiuto non è l’ultimo atto, poiché il Padre non conosce pentimenti e la fedeltà alle promesse non è ritirata. Infatti l’invito esteso con sconfinata larghezza a chiunque è segno di una permanenza senza limiti di tempo e spazio della presenza di Gesù che appunto ci diceva domenica di voler restare con noi per sempre.

Vai alla pagina dell'autore

tutte le pubblicazioni